UNA BREVE STORIA DEGLI STUDI SUL CAMBIAMENTO CLIMATICO.
La conferenza sul clima di Glasgow si è conclusa circa un mese fa, generando pareri discordanti
sull’effettivo impatto degli impegni presi e degli accordi raggiunti durante le trattative.
La revisione degli accordi di Parigi avvenuta alla Cop26 è stata ritenuta deludente da diversi esperti.
A conclusione degli incontri, il risultato più importante ha riguardato, probabilmente, il riferimento alla riduzione del consumo del carbone (le cui emissioni rappresentano quasi il 40% della CO2 emessa su scala globale), inserito per la prima volta in maniera esplicita durante una conferenza sul clima.
Un piccolo passo avanti, sicuramente non ancora sufficiente né risolutivo rispetto all’enormità delle problematiche in gioco.
A lasciare perplessi numerosi osservatori è stata la massiccia presenza della lobby dei combustibili fossili, superiore per numero di rappresentanti alle delegazioni dei singoli paesi. L’analisi fornita da diverse ONG legate alla lotta contro il cambiamento climatico (Global Witness, Corporate Accountability, Corporate Europe Observatory e Glasgow Calls Out Polluters) ha mostrato che «Almeno 503 lobbisti dei combustibili fossili sono stati ammessi ai colloqui sul clima. aprendo loro la porta per continuare a ritardare, distrarre e deviare dall’azione di cui abbiamo bisogno per affrontare la crisi climatica, in gran parte causata dalla loro industria».
Per contestualizzare queste cifre, è utile sottolineare che i lobbisti dei combustibili fossili superavano in partecipanti la più grande delegazione nazionale ed erano più numerosi della somma dei delegati messi insieme dagli 8 Paesi più colpiti dai cambiamenti climatici negli ultimi 20 anni: Puerto Rico, Myanmar, Haiti, Filippine, Mozambico, Bahamas, Bangladesh e Pakistan.
Nonostante lo scetticismo antiscientifico che ancora oggi inquina il dibattito con posizioni insostenibili, l’innegabile resistenza delle multinazionali del settore oil & gas e la lentezza dimostrata dai governi nel fronteggiare un’emergenza che si dimostra ogni anno più pressante, la storia degli studi che si occupano di scienza del clima vanta più di un secolo di vita.
Considerata la centralità della questione ambientale nel dibattito che caratterizza la congiuntura storica che stiamo attraversando, appare utile ripercorrerne alcune tappe fondamentali.

I PRIMI STUDI: SVANTE ARRHENIUS (1896)
Le prime scoperte riconducibili ad una “scienza del clima” risalgono alla fine del XIX secolo, non a caso nel periodo immediatamente successivo alla seconda rivoluzione industriale.
Premiato dalla comunità internazionale con il Nobel per la chimica nel 1903, lo scienziato svedese si è dedicato a lungo allo studio dell'atmosfera, un campo nel quale approfondì l'incidenza della CO2 sul clima, illustrando per la prima volta la teoria secondo cui la concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera presenta un’influenza sul clima della Terra. Il suo studio, comparso sul Philosophical Magazine and Journal of Science di Londra, si intitola proprio “Sull’influenza della CO2 nell’aria rispetto alla temperatura al suolo”. Sviluppando una teoria sulle ere glaciali ed utilizzando i principi base della chimica è stato il primo studioso a dimostrare che un aumento delle emissioni di anidride carbonica avrebbe provocato un incremento della temperatura sulla superficie terrestre, attraverso quello che oggi è noto come “effetto serra”.
I calcoli effettuati per eseguire le sue analisi, portarono presto Arrhenius a concludere che le emissioni di CO2 provocate dalle attività umane e dalla combustione fossile avessero raggiunto un’estensione tale da giustificare un amento della temperatura globale. Queste considerazioni rappresentano, ancora oggi, il cuore della moderna scienza climatica.
Negli ultimi anni della sua carriera si dedicò alla divulgazione scientifica, scrivendo libri che vennero presto tradotti in diverse lingue.
UN PERIODO DI STALLO E ALCUNI PASSI AVANTI
Dopo le scoperte di Arrhenius, l’argomento fu accantonato per molto tempo. All’epoca era convinzione diffusa che le forze umane fossero insignificanti se confrontate con quelle naturali, come l'attività solare e la circolazione oceanica. Inoltre, la comunità scientifica era certa che gli oceani fossero dei serbatoi di carbonio talmente grandi da annullare automaticamente l’inquinamento di origine antropica. Per fare un esempio, il vapore acqueo era considerato come gas serra molto più influente rispetto all’anidride carbonica.Un primo passo in avanti si ebbe negli anni ’40 del Novecento, grazie agli sviluppi tecnologici nell’uso della spettroscopia infrarossa per la misurazione delle radiazioni ad alta lunghezza d’onda. Grazie a questi studi, ci si accorse che il vapore acqueo poteva assorbire radiazioni di tipo completamente differente rispetto alle radiazioni emesse dalla CO2.
Tali risultati furono riassunti da Gilbert Plass nel 1955: egli concluse che l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera intercettasse la radiazione infrarossa, altrimenti dispersa nello spazio, riscaldando la temperatura terrestre.
La visione incontrastata secondo cui gli oceani fossero in grado di assorbire la maggior parte dell'anidride carbonica cominciò, finalmente, a vacillare spalancando le porte alle scoperte più recenti che hanno incontrato il supporto via via crescente della comunità scientifica internazionale.

LA CURVA DI KEELING (1958)
Nonostante fosse noto ormai da alcuni anni che gli oceani ricoprissero un ruolo fondamentale in termini di assorbimento della CO2 in eccesso presente nell’atmosfera, gli studiosi Hans Suess e Roger Revelle si resero conto che tale meccanismo presentava un ritmo decisamente più lento di quanto previsto. E soprattutto che ciò avrebbe aggravato, nel corso degli anni, il processo di aumento della temperatura media globale.
In seguito a queste considerazioni fu Charles David Keeling, della Scripps Institution of Oceanography presso l'UC San Diego, a effettuare misurazioni regolari e frequenti delle concentrazioni di CO₂ in Antartide, e presso l’Osservatorio di Mauna Loa, Hawaii dal marzo 1958 in poi.
La curva di Keeling è un grafico che, attraverso il costante monitoraggio effettuato a Mauna Loa, tiene traccia e prevede, mese dopo mese, anno dopo anno, l’andamento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera. Keeling ha personalmente supervisionato il progetto dal 1958 al 2005, anno della sua scomparsa.Fu finalmente chiaro che la concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera stava progressivamente aumentando; perciò, molti scienziati attribuiscono alla curva di Keeling il merito di aver portato per prima l'attenzione del mondo sull'attuale aumento di CO₂ nell'atmosfera.
È tuttora considerata una delle opere scientifiche più impattanti del XX secolo.
IL RAPPORTO CHARNEY (1979)
“Alcuni cambiamenti nella composizione dell’atmosfera possono modificare la sua capacità di assorbire l’energia del Sole. Abbiamo la prova irrefutabile che l’atmosfera stia cambiando e che l’uomo stia contribuendo a tale processo. Le concentrazioni di biossido di carbonio sono in continuo aumento, il che è legato alla combustione di risorse fossili e allo sfruttamento del suolo. Dal momento che la CO2 riveste un ruolo significativo nell’equilibrio termico dell’atmosfera, è ragionevole ritenere che il suo aumento provocherà conseguenze sul clima”.
È il 1979 e la Casa Bianca, sotto la presidenza Carter, richiede ad un gruppo di esperti di fare il punto sui livelli di CO2 in atmosfera, l’attività industriale e i collegamenti con i cambiamenti climatici. Il testo viene supervisionato e curato dal meteorologo Jule Gregory Charney, da cui prenderà il nome.
Il rapporto Charney è una previsione puntuale di tutto ciò che sarebbe accaduto nei decenni successivi e rappresenta la prima valutazione scientifica globale dell’impatto delle emissioni di gas serra sul clima della Terra.
Viene ampiamente descritta l’origine antropica del surriscaldamento globale e sottolineata l’insostenibilità di un sistema produttivo basato sullo sfruttamento dei combustibili fossili, sulla deforestazione e sul consumo incontrollato delle risorse naturali.
L’allarme lanciato è stato evidentemente ignorato per diversi decenni dai governi e dalle istituzioni internazionali che hanno preferito voltarsi dall’altra parte; i decisori politici non hanno agito preventivamente pur essendo ampiamente a conoscenza dei rischi.
Ora, nel pieno dell’emergenza, questo rapporto riacquista tutto il suo valore profetico e inchioda il mondo alle sue responsabilità.
(Nota a margine: Uno degli scienziati che hanno partecipato allo studio, Bert Bolin, è stato il promotore della fondazione, un decennio più tardi, del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, Ipcc).

LE NOSTRE RIFLESSIONI
Ricapitolando, nel corso degli anni la comunità scientifica ha prodotto numerosi ed autorevoli studi che hanno dimostrato e confermato più volte le disastrose conseguenze, nell’immediato e nel lungo termine, del surriscaldamento globale e del ruolo innegabile svolto dalle attività umane nell’accelerare i cambiamenti climatici spingendoli verso una catastrofe ambientale.
La situazione sembra essere descritta in modo puntuale dalla “teoria della rana bollita”, formulata dall’intellettuale americano Noam Chomsky. La metafora è usata dall’autore per descrivere le società e i popoli che accettano passivamente la propria deriva: come la rana che cuoce a fuoco lento senza reagire, questo tipo di società si adeguano in modo apatico alle situazioni spiacevoli senza mantenere la capacità critica di opporsi, prima che sia troppo tardi.
L’analogia con le (deboli) strategie introdotte nel corso degli anni per fronteggiare una catastrofe sempre più evidente (e imminente) è presto servita.
Prima di raggiungere il punto di ebollizione, ci è concesso ancora qualche spazio e qualche possibilità per avere un colpo d’ali e cambiare la direzione delle politiche ambientali globali in modo radicale.
Pur considerando, giustamente, insoddisfacenti ed imperfetti i compromessi raggiungi durante l’ultima conferenza sul clima, nel breve periodo sarà interessante osservare come le parti dell’accordo raggiunto a Glasgow concretizzeranno, inserendoli nei rispetti ordinamenti giuridici, gli impegni presi.
Perché ciò avvenga, il ruolo della partecipazione dei cittadini, dell’organizzazione dal basso all’interno delle proprie comunità nell’ottica di un’azione collettiva e dell’esercizio di pressioni nei confronti della politica, rappresentano un punto focale in questo momento storico.
Un primo e parziale bilancio sarà delineato in seguito alla Cop27 che avrà luogo in Egitto nel 2022, ma il margine d’azione si riduce sempre di più.
Per questa ragione è fondamentale concentrare le energie verso un’azione decisa e tempestiva; e farlo nel minor tempo possibile.
Urkell Journal Team